Sono passati decenni da quando vedevo mia mamma e mia nonna sferruzzare davanti a qualche sceneggiato su mamma RAI. Me le ricordo ancora, con i gomitoli sul tavolino, le mani che si muovevano quasi da sole mentre gli occhi seguivano il film. E poi i pomeriggi di tè fra le mamme del quartiere, a confrontare maniche, centrini, girocolli, a discutere di calature e trecce con la stessa serietà con cui altri discutevano di calcio. Era un tempo in cui fare qualcosa con le mani era normale, e farlo in compagnia lo era ancora di più.
Poi è arrivato il burraco, poi i social, poi Netflix, poi lo scroll infinito. Siamo diventati più soli, più passivi, più distratti — anche mentre ci distraiamo.

Oggi, a Palocco, un’iniziativa semplice e quasi anacronistica sta incontrando un successo che fa pensare:Cinema & uncinetto. Si guarda un film insieme, e nel frattempo si lavora all’uncinetto. Niente di più. Eppure qualcosa, in questa formula, tocca un nervo scoperto.
Perché funziona?
La risposta più ovvia è anche la più vera:siamo stanchi di stare soli. Stanchi del divano di casa, del telecomando in mano, del telefono nell’altra. Stanchi di guardare qualcosa fingendo di guardarlo, con metà dell’attenzione fagocitata da Instagram. Cinema & uncinetto propone una forma di presenza che non è totale — le mani sono occupate, la mente è sdoppiata — ma èreale. Ci sono altre persone in carne e ossa. Si respira la stessa aria. Si ride delle stesse battute.
Il lavoro manuale, poi, ha qualcosa di profondamente regolatorio. Uncinetto, maglia, ricamo: attività ritmiche e ripetitive che abbassano il livello di allerta, sciolgono la tensione, mettono il corpo in uno stato di quiete produttiva. Non è nostalgia — è neuroscienza. Le mani che lavorano liberano la mente e, paradossalmente, la rendono più presente, più capace di ricevere una storia.

C’è anche il tema delfare qualcosa che rimane. A differenza di un film visto e dimenticato, o di uno scroll che non lascia tracce, alla fine della serata porti a casa qualche centimetro di lavoro in più. Un inizio di sciarpa. Un quadratino. Qualcosa di concreto, che ha richiesto attenzione e tempo. In un’epoca in cui la maggior parte di ciò che consumiamo è immateriale e istantaneo, questa concretezza ha un peso inatteso.
E poi c’è il quartiere. Palocco è sempre stato un luogo con una sua identità forte, dove le reti di prossimità contano. Iniziative come questa non cadono nel vuoto: attecchiscono perché c’è già una comunità disposta a ritrovarsi, a condividere qualcosa che non sia solo un gruppo WhatsApp o una riunione di condominio. Bentornati gomitoli, ferri e uncinetto. Bentornato lavoro con le mani. Bentornato lavoro in compagnia.
Forse non è nostalgia. Forse è solo che certe cose non avrebbero mai dovuto smettere di esistere.
Chi c’è dietro questa bella iniziativa…
Un grazie, allora, a chi queste cose le ha riscoperte e ha avuto il coraggio di rimetterle in gioco. In particolare la creatrice degli eventi a San TimoteoLaura Frugugliettiche potete seguirequi. Non era scontato. In un’epoca in cui tutto deve essere nuovo, innovativo, disruptive, proporre una serata con i gomitoli richiede una certa dose di fiducia — nel quartiere, nelle persone, nel potere quieto delle cose semplici.
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